****Attenzione Spoiler!****
Quando ho letto che Netflix avrebbe distribuito un film ispirato a “Le rose di Versailles”, non ho saputo trattenere l’emozione. Per me, come per tanti altri cresciuti negli anni ’80, Lady Oscar rappresenta molto più di un semplice anime: è un frammento d’infanzia, un’icona indelebile che ha saputo unire raffinata animazione, profondità psicologica e narrazione storica. L’ho visto e rivisto e ancora oggi mi commuovo al ricordo di scene come quella della morte di Oscar o del dolore devastante che accompagna l’addio ad André.
Lady Oscar è uno dei pilastri della storia dell’anime. Per molti italiani (e non solo), l’originale degli anni ’70-80 è un capolavoro senza tempo. La sua forza narrativa, specialmente negli ultimi 10 episodi, è straordinaria: un intreccio tra storia, tragedia e emozione pura. La colonna sonora, poi, è indimenticabile.
Certo, paragonare il nuovo adattamento all’originale è inevitabile, ma ritengo di poter separare le due opere senza demonizzare l’una né idealizzare l’altra. Il remake (che in realtà sembra non essereun remake ma un omaggio), infatti, non cancella l’eredità del passato, ma ne propone una lettura diversa. La domanda è: riesce a reggere il confronto?
Lady Oscar: un po’ di storia
“Lady Oscar”, noto anche con il titolo originale “La rosa di Versailles”, è un manga storico-drammatico creato da Riyoko Ikeda. Serializzato in Giappone tra il 1972 e il 1973 sulla rivista Margaret di Shūeisha, l’opera è stata successivamente raccolta in quattordici volumi tankōbon. Il manga ha avuto un impatto significativo nel panorama degli shōjo manga, introducendo tematiche mature e complesse in un genere fino ad allora considerato principalmente leggero e romantico.
Il successo del manga portò alla realizzazione di diversi adattamenti: una serie di musical rappresentati dalla Takarazuka Revue a partire dal 1974 (un musical a cui, a quanto pare, si ispira il film animato), un film cinematografico diretto da Jacques Demy nel 1979 intitolato “Lady Oscar” e una serie televisiva anime di 40 episodi prodotta dalla Tokyo Movie Shinsha nello stesso anno. In Italia, l’anime fu trasmesso per la prima volta nel 1982 con il titolo “Lady Oscar”, contribuendo significativamente alla popolarità dell’opera nel paese. Successivamente, dal 1990, la serie fu trasmessa con il titolo “Una spada per Lady Oscar” (cambiò anche la sigla, non più cantata da “I Cavalieri del Re” ma da Cristina D’Avena).
La serie televisiva in Giappone fu inizialmente un insuccesso. Gli appassionati al manga non riuscivano ad accettare quella rivisitazione. Tutto cambiò sia grazie ad un cambiamento di regia (Ozamu Desaki subentrò al diciottesimo episodio) sia grazie all’esportazione della serie in Europa.
Curiosità: alcuni dei personaggi di “La Rosa di Versailles” (Alain, Rosalie, Bernard) confluiranno nel manga della Ikeda chiamato “Eroica”, un manga sulla vita di Napoleone Bonaparte. In particolare Alain sarà il consigliere di Napoleone e praticamente voce narrante della storia.
I temi principali di Lady Oscar
Possiamo notare come la storia sia costruita sulla base di elementi in contrasto:
- Identità di genere: Oscar vive una profonda crisi esistenziale, costretta a reprimere la sua femminilità per adempiere ai ruoli maschili della società aristocratica.
- Contrasto tra classi sociali: Il lusso sfrenato di Versailles si scontra con la miseria del popolo, culminando nella Rivoluzione.
- Sacrificio e dovere: I personaggi sono spesso costretti a scegliere tra amore, ideali e fedeltà alla corona.
Chi sono le rose di Versailles?
Il titolo originale del manga è da interpretarsi in realtà al singolare: la “rosa di Versailles” è la regina di Francia.
L’uso del plurale nel titolo Le Rose di Versailles di Riyoko Ikeda è una giustificazione posteriore dell’autrice, che associò una rosa di colore diverso a ciascun personaggio femminile principale. In realtà, questa spiegazione è spesso considerata poco convincente, poiché in giapponese non esiste una distinzione grafica tra singolare e plurale, rendendo ambigua la scelta fin dall’inizio. Il marchio registrato, infatti, è ufficialmente depositato anche al singolare come La Rose de Versailles, a sottolineare l’intenzione originaria dell’opera: una biografia romanzata di Maria Antonietta, futura regina di Francia.
Il progetto iniziale prevedeva di raccontare la vita della sovrana attraverso un personaggio narratore maschile, destinato a fungere da contraltare e collegamento tra gli eventi della corte (come lo scandalo della collana, la Rivoluzione francese e la storia di Rosalie) e la figura centrale di Maria Antonietta. Tuttavia, l’autrice abbandonò l’idea, ritenendo troppo complesso approfondire la psicologia maschile, e trasformò il narratore in Oscar François de Jarjayes, un personaggio immaginario di genere femminile (sembra che Riyoko Ikeda sia stata ispirata dalla Principessa Zaffiro di Osamu Tezuka).
Inizialmente marginale, Oscar guadagnò popolarità tra i lettori, tanto da spostare progressivamente il focus narrativo sulla sua storia d’amore con André Grandier, a discapito del ruolo originario della regina. Nonostante le resistenze della Ikeda, costretta a modificare più volte i suoi piani per seguire le aspettative del pubblico, Oscar e André divennero protagonisti indiscussi, con un destino già segnato: l’autrice, infatti, non cedette mai sulla loro morte tragica, simbolo di un ideale di purezza e integrità rappresentato metaforicamente dalla “rosa bianca”.
Parallelamente, il declino delle vendite costrinse Ikeda a chiudere rapidamente la serie, dedicando appena dodici settimane alla conclusione delle vicende di Maria Antonietta e del suo amore storico, il conte di Fersen. Per riequilibrare il cambio di prospettiva, l’autrice attribuì simbolicamente a Maria Antonietta il ruolo della “rosa rossa”, fragile e passionale, mentre Oscar rimase la “rosa bianca”, emblema di virtù irreprensibile. Un ribaltamento narrativo che riflette la tensione tra visione artistica e pressione del pubblico, tipico delle opere serializzate.
Le rose di Versailess: un film che dimentica l’anima dell’opera
“Le Rose di Versailles” ora disponibile su Netflix in una versione rimasterizzata non è esattamente di un remake originale Netflix, quanto un adattamento giapponese recentemente approdato sulla piattaforma. Vale la pena guardarlo? Alcune recensioni lo liquidano perentoriamente come “due ore perse” ma nonostante le obiezioni che leggerete, io consiglio comunque di vederlo.
È doveroso premettere che ogni adattamento ha i suoi vincoli e che la durata limitata di un film non permette la complessità narrativa di una serie composta da decine di episodi. Tuttavia, quello che manca qui non è solo lo sviluppo orizzontale della trama bensì l’essenza stessa del racconto.
Il film sembra voler restituire l’atmosfera del manga originale, seguendo in maniera piuttosto fedele la visione iniziale di Riyoko Ikeda, dove Maria Antonietta era il fulcro della narrazione. Oscar, in effetti, inizialmente doveva rimanere una figura secondaria, fino a quando il pubblico non l’ha eletta protagonista, costringendo la stessa autrice a rielaborare l’intreccio narrativo per darle maggiore centralità.
Nel film animato, invece, ci troviamo davanti a un ibrido: estetica da manga, struttura da musical, pathos rarefatto e un taglio narrativo che risulta più superficiale che sintetico. Oscar viene privata della sua complessità psicologica, trasformata in una figura eterea e dolciastra, ben lontana dalla protagonista forte, combattuta e profondamente umana che abbiamo imparato ad amare nell’anime.
Questo film, distribuito da Netflix e prodotto dallo studio Mappa, non riesce neppure ad avvicinarsi alla potenza emotiva dell’anime.
Dualità di genere in Lady Oscar
Nel film, la tensione tra identità maschile e femminile di Oscar è trattata in modo superficiale. Il conflitto interiore di Oscar (che, ricordiamolo, non ha mai pensato di essere un uomo; ha sempre saputo di essere donna e si è sempre comportata di conseguenza) viene solo tratteggiato.
Scene come il suo abbraccio con André (“Non posso più aspettare…”) mancano di autenticità perchè la storia non viene sviluppata in modo graduale. L’evoluzione del rapporto tra i due sembra forzata, priva della complessità dell’originale, dove ogni gesto era carico di significati sociali e personali. In questo caso, invece, si scivola nel melodramma banale: un bacio rubato, un matrimonio improvvisato per “proteggerla”…
La morte di Oscar e André: due addii senza anima
La morte di André, nell’originale, era un momento straziante: il sacrificio per salvare Oscar, le sue ultime parole sussurrate con il cuore spezzato, le rose che accompagnavano il lutto. Qui, invece, il personaggio viene ferito in modo goffo e muore in un’atmosfera confusionaria, con una canzone pop in sottofondo che smorza ogni tensione emotiva.
Nel manga, la sua fine avviene così, è vero: veloce, apparentemente marginale, ma incastonata in un contesto poetico e narrativo coerente. Nell’anime, però, tutto acquista uno spessore emotivo ben diverso. Qui, nel film, la morte di André passa quasi inosservata. Nessuna costruzione drammatica, nessuna catarsi. Solo una sequenza rapida, quasi distratta, che nega allo spettatore la possibilità di elaborare quel lutto.


La scena della morte di Oscar è, per chiunque abbia vissuto l’epopea dell’anime, un momento scolpito nella memoria. Ricordo ancora le urla disperate, il lenzuolo che svolazza al vento, l’immagine ferma della bara di André, la pioggia che scandisce il tempo del lutto. In questo film, tutto questo si perde in una narrazione accelerata, emotivamente disattivata. Oscar muore in modo melodrammatico, sì, ma senza la dignità tragica che l’aveva resa una delle eroine più indimenticabili dell’animazione giapponese.


La morte di Lady Oscar è indubbiamente più truce che nell’anime, compatibilmente a quanto avviene nel manga. C’è molto sangue e lei viene colpita in più punti del corpo.
Anche la conclusione con Oscar e André nell’aldilà, circondati da un’estetica greca fuori luogo, risulta banale e poco poetica.
Ancora ricordo l’emozione suscitata dalla scena in cui Oscar vede una colomba volare nel cielo, prima di essere uccisa. Essendo una libera interpretazione dell’anime del 1979, non è presente nel “remake”. Ma quanto ha aggiunto quella scena alla morte della nostra eroina?
Le rose di Versailles: l’assenza imperdonabile dei personaggi secondari
Una delle più gravi mancanze del film riguarda la totale assenza, o il trattamento irrilevante, dei personaggi secondari. Rosalie, Charlotte, Jeanne Valois, Alain (che è presente ma ha un ruolo davvero marginale): figure che nell’anime non sono semplici comprimari ma veri e propri specchi dell’interiorità di Oscar, strumenti narrativi che ne scolpiscono l’identità. Il rapporto tra Oscar con Alain, così intensa e spesso conflittuale, è qui appena accennata. Peraltro nel manga Alain era innamorato di Lady Oscar: questo dettaglio (ignorato nell’anime) poteva essere sviluppato nel film animato.
Il dolore e la rabbia di Rosalie, la sua trasformazione da vittima a donna consapevole, spariscono. Jeanne Valois, protagonista dell’intrigo della collana, non esiste se non in un paio di fotogrammi fugaci.
Troppe scene chiave (come il ballo tra Oscar e Fersen o la scena della collana) sono accennate o rimosse, privando la storia del suo tessuto narrativo più ricco.
Si potrebbe comprendere l’eliminazione di elementi marginali ma in questo caso vengono sacrificate storie fondamentali. Non si tratta di orpelli narrativi, bensì di elementi strutturali che arricchiscono la psicologia della protagonista.
Oscar è definita anche dal modo in cui si relaziona agli altri e privarla di questi legami equivale a privarla della sua tridimensionalità.
L’adattamento ignora le regole basilari della costruzione temporale: i salti cronologici sono mal giustificati e frammentano la linearità della trama, creando confusione anziché approfondire i personaggi o gli eventi storici. Questo approccio sembra più un espediente per comprimere il materiale originale che una scelta artistica ponderata. Inoltre, l’utilizzo dei dialoghi risulta spesso anacronistico, con toni moderni che stridevano con l’ambientazione settecentesca, compromettendo la credibilità emotiva e la sottile metafora sull’identità di genere (esemplificata dal personaggio di Oscar François). Tale disattenzione snatura uno dei temi centrali dell’opera originale, riducendolo a un elemento superficiale.
Eccesso di fedeltà al musical a discapito del cinema
La scelta di modellare il film sul musical teatrale tratto dal manga sembra dettata più da un capriccio creativo che da una visione cinematografica. Riyoko Ikeda, che in passato si è dissociata pubblicamente dall’anime del 1979, potrebbe aver voluto imporre una reinterpretazione più vicina alla sua visione musicale (nel 1974 fu messo in scena dalla compagnia Takarazuka Revue uno spettacolo teatrale-musicale), trascurando le potenzialità dell’animazione o di un adattamento più fedele al fumetto. Questo ha portato a un ibrido confusionario, in cui le sequenze musicali interrompono bruscamente l’azione senza integrarsi organicamente nella narrazione.
Mancanza di linguaggio cinematografico
Il film pecca anche nell’utilizzo di tecniche base come il montaggio, l’inquadratura e la coerenza visiva. Scene fondamentali (come quelle della Rivoluzione francese) sono trattate con superficialità, mentre il ritmo alterno tra momenti drammatici e musicali genera un’alternanza di toni disarmonica.
L’assenza di un linguaggio visivo unico – che potesse unire estetica storica e modernità – rende l’opera visivamente stanca e poco memorabile.
Estetica e canzoni: il trionfo del marketing sulla narrazione


Dal punto di vista visivo, il film punta su un’estetica ultramoderna in forte contrasto con l’atmosfera più sobria e cinematografica dell’anime. La scelta dei colori, troppo brillanti anche nelle scene tragiche, annulla l’effetto drammatico e riduce tutto a una sorta di spettacolo patinato. Le canzoni, poi, rappresentano un ulteriore problema: ben quindici brani pop anglo-giapponesi, inseriti come colonna sonora delle sequenze più importanti, trasformano la narrazione in un ibrido musicale poco riuscito.
In alcuni casi, queste canzoni sostituiscono le scene narrative, raccontando in modo frammentario e didascalico quello che il film non ha il coraggio o il tempo di mostrare. Una scelta che denuncia chiaramente l’intento commerciale dell’operazione, più interessata alla vendita degli album che alla coerenza narrativa.
Il successo del cartone animato che conosciamo deve tutto a una costruzione filmica accurata: ogni scena ha un’impronta cinematografica e la voce fuori campo del bravissimo Sergio Matteucci regge l’ossatura storica. L’alternarsi tra vicende principali e laterali donano profondità alla sceneggiatura.
Una regia che dimentica la lezione del passato
La regista Ai Yoshimura, insieme alla sceneggiatrice Tomoko Komparu e alla character designer Mariko Oka, sembra non aver voluto o potuto raccogliere l’eredità di maestri come Osamu Dezaki, Shingo Araki e Michi Himeno. Forse perchè sembra che la regista non abbia affatto guardato l’anime del 1979 per non farsi influenzare (e per attenersi maggiormente al manga).
Il lavoro sull’anime originale fu di una raffinatezza quasi cinematografica: luci naturali, giochi prospettici, “cartoline” acquerellate per immortalare i momenti topici. Tutti elementi che restituivano al pubblico una narrazione non solo visiva ma anche emotiva e simbolica.
Nel film, tutto questo viene ignorato. La narrazione è piatta, le scene chiave perdono peso drammatico, e le emozioni vengono raccontate anziché mostrate. Un esempio emblematico è la scena della morte di Oscar che ho descritto precedentemente: mentre nell’anime il silenzio e il taglio di luce ne accentuavano la tragicità, qui una canzone fuori luogo e una regia convenzionale annullano ogni tensione.
Il profumo svanito delle rose di Versailles
Guardando “Le rose di Versailles” su Netflix ho provato un misto di nostalgia e amarezza. Nostalgia per ciò che è stato, per l’anime che mi ha accompagnata negli anni e che ancora oggi sento vivo dentro di me. Amarezza per un film che, pur partendo da un materiale narrativo straordinario, finisce col semplificarlo, svuotarlo, ridurlo a un’operazione commerciale ben confezionata ma priva di anima.
Non è solo questione di confronto tra passato e presente. È questione di rispetto per una storia, per i suoi personaggi, per la sua complessità. Non si può ridurre Oscar a una figura romantica senza renderne le contraddizioni, le fragilità, le battaglie interiori. Non si può parlare di rivoluzione senza mostrare il popolo. Non si può raccontare André senza evocare la sua dedizione silenziosa, la sua cieca fedeltà, il suo amore disperato.
Resta un’icona del femminismo e della cultura popolare, ma questo remake non riesce a catturarne l’anima. Mentre l’originale raccontava la lotta di una donna che rompeva gli schemi sociali il nuovo adattamento sembra arrendersi a una visione più convenzionale, appiattita su cliché melodrammatici.
Per gli appassionati, il film può essere un’occasione per riscoprire una storia amata, ma non sostituisce l’emozione autentica dell’anime. Per i nuovi spettatori, invece, consiglio di iniziare dal classico: lì troverete un’epoca rivissuta con una potenza narrativa che questo remake non riesce a eguagliare.
“Le rose di Versailles” avrebbe potuto essere un grande film, un ponte tra generazioni, una rilettura rispettosa e innovativa. Invece, è un’occasione sprecata. E chi, come me, ha amato Lady Oscar negli anni ’80, non può che restare delusa. Per fortuna, ci restano i ricordi. E quel lenzuolo che ancora svolazza nel vento.
Riproduzione fedele al manga oppure no
Un’ultima osservazione.
Non sempre un prodotto è un buon prodotto quando rispetta fedelmente l’opera da cui è tratto sopratutto in caso di trasposizione cinematografica di qualcosa che nasce “disegnato” o “scritto”.
C’è spesso bisogno di plasmare l’originale per dare al prodotto la stessa intezione.
Quando i puristi del manga dicono frasi come: “L’autrice ha approvato questo musical” non si rendono conto che ogni prodotto artistico e creativo faccia una vita propria.
EJZENŠTEJN, Teoria generale del montaggio: il senso della realtà
Mentre riflettevo sul confronto tra manga e anime mi è venuto in mente EJZENŠTEJN e la sua Teoria generale del montaggio (che puoi trovare qui – link sponsorizzato – su Amazon). Quando dobbiamo raccontare un fatto, un evento reale non dobbiamo riprodurre fedelmente quello che abbiamo davanti ai nostri occhi. Dobbiamo costruire un’inquadratura che ci permetta di esprimere il senso della realtà.
Questo vale per ogni opera artistica. Ciò che conta è la sensazione che quell’inquadratura produce nello spettatore.
Anche in questo caso, conta davvero prendere un manga (ma anche un romanzo) e riprodurlo fedelmente?
Davvero la fedeltà a quell’opera le rende veramente omaggio, la valorizza?
A volte non è così. A volte “rimaneggiare” accresce il valore dell’autore.
Succede la stessa cosa in letteratura, cari amici. Molti autori noti hanno avuto editor che hanno stravolto le loro opere, tagliato dove fosse necessario. E quegli editor hanno sancito il successo di quell’opera.
Capita che chi è fuori da te, come autore, sappia valorizzare meglio di te ciò che hai scritto (o disegnato).
Romanzo “Le rose di Versailles” e gadget Lady Oscar
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Ci sono anche le magliette di Lady Oscar. Carina anche questa.
E infine trovate pure le tazze 🙂
Nata nel 1974, Alexia si interessa al web nel lontano 1999 grazie ad un corso di formazione regionale. Crea le sue prime pagine html dapprima con programmi wysiwyg (Dreamweaver), poi direttamente con notepad ++. Inizia a creare siti web nel 2001. Pur essendo amante delle interfacce, studia php assecondando la sua grande curiosità. Lavora in campo digitale per molti anni e si butta poi nel favoloso mondo della seo. Artemedialab nasce come laboratorio sperimentale nel 2008 e diventa nel 2020 azienda individuale. Attualmente insegnante di informatica nella scuola primaria, docente nei corsi di formazione professionale per l’assolvimento dell’obbligo scolastico, media educator.

Commento più azzeccato non si poteva scrivere. Complimenti !!! Ho visto il film animato e ne sono rimasta molto delusa. Adoro Lady Oscar degli anni 80 e adoro tutti manga della mia epoca. L’unica cosa che salvo di questo film sono i disegni per il resto non ha anima, non ha storia, non ha spina dorsale e neanche personaggi e soprattutto non ha sentimento. Non da emozione, sembra un’ammasso di scene montate senza arte né parte. Grazie e ancora complimenti per l’articolo .
Buona serata
Angy
ciao! Era da tanto che non ricevevo commenti sul blog 😀
Ormai non si usa quasi più commentare (non ricordavo neanche di averli attivati). Emozione rinnovata!
Grazie per la tua partecipazione.
Io sono rimasta decisamente delusa anche perchè ho atteso questo “remake” per mesi…
Ma poi mi è venuta voglia di riprendere l’anime del 1979 😀
Verissimo. Sono cresciuta con Lady Oscar, mi ricordo quando correvo a casa dopo la scuola per non perdermi la puntata. Ho pianto con Oscar quando André viene coperto da quel lenzuolo. Sono rimasta in silenzio quando Oscar muore. Ancora adesso, a 40 anni, ogni tanto rivedo tutta la serie, penso sia uno degli anime meglio riusciti della storia.
Detto questo, ero impaziente di vedere il film. I trailer mi hanno intrigato e ho sperato di rivivere quelle emozioni. Ma niente, delusione totale. Non tanto per l’animazione ma per tutto il resto. Da forte anime, che ti lascia qualcosa a mero musical, neanche fatto troppo bene. Non è rimasto nulla e di questo mi dispiace. Poteva essere un capolavoro ma hanno sprecato un’occasione
Ciao e grazie per aver commentato 🙂
Ricordo di aver pianto per circa una settimana per la morte di Andrè e Oscar.
Questi personaggi mi erano davvero entrati dentro, erano diventati miei amici.
Ci sono alcuni dettagli nell’anime che sono forse addirittura superiori al manga: la colomba verso cui volge lo sguardo Oscar prima di essere uccisa, il lenzuolo che svolazza mentre Andrè muore…
Probabilmente la Ikeda non lo ha apprezzato perchè più drammatico per certi versi. Sembra che i fumetti abbiano anche un lato comico ed ironico a volte.
Buongiorno.
Concordo in todo circa ciò da Lei scritto.
Nata nel 1975 ho amato la versione originale, così snaturata, vuota, superficiale, ovvero, come da Lei scritto “priva di anima”.
Complimenti e grazie per la Sua recensione.
Grazie Francesca. Ti capisco, io sono del 1974. Lady Oscar è il mio cartone preferito 🙂
Come mai oggi come oggi in ogni ambito sono sempre più rare le opere di spessore?
Non stupiamoci di come evolverà la società.
Dovremmo nutrire le nuove generazioni, invece le lasciamo digiune.
Oscar non aveva problemi di identità di genere sapeva benissimo di essere una donna ne era consapevole,si comportava da uomo solo per compiacere il padre tanto e vero che a un certo punto s’ innamora di fersen
Ciao! Infatti da nessuna parte ho scritto che aveva problemi di identità di genere 🙂
Ma vive una tensione tra la possibilità (anche remota) di vivere appieno la sua femminilità e continuare invece a vivere con una uniforme, perchè così era stata educata. Inizialmente esclude proprio di poter vivere come le altre donne.
Di fatto lei sa di essere “una donna con l’uniforme” e non una donna “traversita da uomo”.
Concordo sul fatto che questo film è un’occasione persa: i fondali e la ricostruzione storica sono molto accurati, anche se forse troppo luccicanti per l’epoca rivoluzionaria, la sceneggiatura è confusa e frettolosa, il disegno dei personaggi è altalenante, con alcuni momenti belli e altri imbarazzanti. La colonna sonora ha un paio di brani orecchiabili, ma si poteva fare meglio, inoltre il colpo di grazia è nell’edizione italiana da un doppiaggio piatto e allucinante su un adattamento penoso.
Per carità, ben venga che si parli e riparli di Oscar, un personaggio e una storia unici, ma era lecito aspettarsi di più, anche perché il film non rende giustizia né al manga né agli spettacoli del Takarazuka che vorrebbe omaggiare. Non mi sento di buttare via il tutto, alcune cose sono salvabili e consiglio comunque di guardarlo o in giapponese o in francese o in inglese, ma la delusione è palpabile. Definirlo come Fantozzi definiva La Corazzata Potemkin è eccessivo, incensarlo solo perché all’autrice è piaciuto pure: non dimentichiamo che Stephen King non ha mai apprezzato Shining di Stanley Kubrick e gli preferisce una mediocre miniserie televisiva degli anni Novanta che nessuno ricorda e che Anne Golon, autrice della saga di Angelica, ha sempre demolito la popolare e ben riuscita pentalogia di film degli anni Sessanta mentre ha esaltato il remake a dir poco orrido di una quindicina d’anni fa. Ecco forse questa nuova Osar è un po’ meglio di questi due esempi, ma non basta.
Però, questo film ha fatto rifar venire voglia di leggere il manga e guardare l’anime TMS e questo non è poco. Ci volevano altri talenti e professionalità, da chi ha fatto anime sommi come L’attacco dei giganti e Vinland Saga mi aspettavo di meglio.
Ciao Elena, grazie per il tuo commento 🙂
Sicuramente non è tutto da buttare. Penso però che a volte le opere creative vadano ben oltre la volontà dell’autore…
Sono suscettibili di rielaborazione. Spesso la rielaborazione è meglio dell’originale, soprattutto quando l’opera viene mediata, cambia il mezzo di fruizione.