La maestra più bella, per Faridah

Da qualche tempo sto facendo doposcuola a un gruppo di bambini in un quartiere molto conosciuto di Torino perché ad alta concentrazione “extracomunitaria” (Porta Palazzo).

È qualcosa che mi arricchisce tantissimo.
E penso a quanto sia bella la sensazione di voler trasmettere sapere.
Io lo faccio anche perché mi piacerebbe contribuire alla loro “integrazione” che è poi quello che consentirà a tutti di vivere meglio, con una maggiore considerazione del valore dell’altro e della diversità.
Sono per lo più bimbi di origine araba o africana, a cui si aggiungono solitamente due italiani. Tutti in situazioni disagiate, tutti in una medesima situazione di emarginazione (chi per un motivo chi per l’altro).

Ho iniziato a dire loro quel che i miei dicevano a me: “Studia, che ti servirà domani” e mi sono fatta tenerezza.
Penso che la cultura sia per loro l’unico modo per affrancarsi.
Vedendoli tutti insieme, sembrano veramente tutti uguali… e mi piace pensare che lo siano, per quel che riguarda i loro diritti.
Ma che continuino a conservare le loro peculiarità individuali ed etniche. Che le conservino come un valore.
Ogni tanto parlano in arabo ed è quando non vogliono farsi capire.
Un giorno una bambina africana (una di quelle bimbe che sembrano adulte e che se si muovono smuovono il mondo intorno… anche con la forza), guardando sul libro di storia una statuetta raffigurante una donna a seno nudo, mi fa “Eh guarda ce le ha come te”. E io “Be’ un giorno anche tu le avrai”.
E lei “Ma io ora no. A te invece il tuo ragazzo arriva e ti strappa la maglietta”.
Io ci sono rimasta male, ma ho sviato; dopo mi sono sentita in colpa, pensando che avrei dovuto fare la mia lezioncina “moraleggiante”. Non me la sono sentita in quel momento: forse volevo aspettare di conoscerla meglio.
È come se in quel momento, quella ragazzina, mi avesse fatto entrare un po’ nella sua vita, nel suo ambiente, nel modo che hanno alcuni uomini, forse, della sua famiglia di trattare le donne.
Non è sempre facile accettare tutto questo, ma conto sempre sulla mia lucidità, nel mio desiderio di trasmettere e sperare che forse un giorno quella bambina potrà avere anche un’idea diversa di amore fisico.
Forse leggendole qualcosa, sperando che abbia voglia di ascoltarmi.
Alla fine, siamo riuscite a fare amicizia.
Le ho estorto un “Mi piaci perché sei veloce a spiegarmi le cose”.
Bene, un punto per me. Domani cercherò di farle fare i compiti più velocemente, visto che aspetta gli ultimi 10 minuti e dobbiamo fare le corse.
Mi hanno raccontato che una volta ha sollevato dalla sedia una volontaria.
Chi si ricorda le decine, le centinaia e le migliaia? Io ho dovuto leggere il quaderno per capire a cosa si riferissero.
Certi meccanismi li interiorizziamo così tanto che poi non riusciamo a ricordarli.

Basta fare un doposcuola per rendersi conto di quanto sia difficile gestire bambini di diverse nazionalità.
Oggi sono stata accanto a un bambino che aveva problemi a scrivere, per questione di “suono” delle parole.
In realtà sono problemi che hanno anche i bambini italiani (ca ce ci co cu), suoni dolci e suoni aspri.
Ma loro di più, avendo una lingua che fa ampio uso di suoni aspri.

Quando eravamo piccoli noi, certo non c’erano le stesse esigenze.
Ora invece è necessario coniugare più esperienze.
Tenere una classe di 20- 25 bambini, nella quale una certa percentuale è di bimbi stranieri penso sia veramente dura.

Da Faridah, la bimba di cui parlavo, oggi ho ricevuto un regalo. Un foglio con su scritto “Alla maestra più bella del mondo”.
Con qualche errore ma mi sono commossa. È veramente un maschiaccio, ma sa essere dolce.
Dopo che me l’ha consegnato si è nascosta sotto i tavoli per la vergogna.

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