A seguito di questa recensione in merito al libro di Veronica Tomassini (“Sangue di Cane”) è scaturito un dibattito a tratti interessante, se pure piuttosto acceso.
Si contesta in qualche modo il diritto di Alessandro Puglisi di parlare di un libro che non è riuscito a terminare.
Sono intervenuti alcuni autori contemporanei, quali Alessandro Bertante, Giuseppe Genna e Giulio Mozzi.
Io, ho detto la mia, sostenendo il diritto del lettore, di non proseguire il libro (così come sostenne anche un altra fonte più autorevole di me, Daniel Pennac). Il fatto che un lettore non riesca a proseguire la lettura di un romanzo ha per me un certo significato.
Di seguito alcuni miei commenti in merito [giusto per tenerne traccia].
(…) Anche un altro autore che alcuni di voi (…) conoscono bene mi disse “Non puoi criticare qualcosa che non hai finito”. No. Se non vado oltre pag. 30, vuol dire che la narrazione in qualche modo fallisce in una parte di storia che io reputo fondamentale. Se un incipit non funziona, se la storia non prende VITA, se “non volto la pagina”, il problema non è la mia presunta superficialità. Che mi si dica che per leggere un libro occorra avere una “sensibilità non comune”, mi fa sorridere. Ne sono ben dotata, ma non necessariamente un certo modo di narrare è confacente alla mia SENSIBILITA’ NON COMUNE.
“… perché io per esempio avendo studiato Jakobson, Chartier, ecc., riesco a farlo, ma non credo che il lettore medio li abbia letti, li conosca, o sappia che cosa sia “effetto di lettura” o “funzione espressiva”, e wikipedia non è abbastanza: avere definizioni vaghe non significa avere strumenti interpretativi e saperli usare” (cit. Sig. Platone)
TUTTI abbiamo strumenti interpretativi, giacchè pensiamo, ragioniamo, ci confrontiamo, elaboriamo informazioni. E non sarà certo lo studio accademico di Jakobson o Chartier che fa di lei (che li scomodiamo a fare?), signor Platone, un lettore migliore di me. Da quando, per leggere libri e avere opinioni (anche autorevoli) occorre avere conoscenze di semiotica? Penso che per essere un lettore attivo, occorra avere una particolare predisposizione, avere capacità critica, indipendente dalla “nozionistica”. E’ un talento naturale nel cogliere contraddizioni, pecche, errori. Sto leggendo commenti che mi fanno pensare che la cosiddetta cultura sia nelle mani di persone che non la meritano. Uno stile narrativo che si dilunga nella poetica, senza far vivere i personaggi… non è necessariamente un buon romanzo. Perchè una delle cose che forse lo scrittore sa è che deve rispettare una specie di patto implicito… e se a pag. 36 la storia non ha avuto sviluppo, il lettore può sentirsi deluso e tradito. Non ho letto “sangue di cane”. Ma penso che Alessandro abbia tutto il diritto di recensire questo romanzo, e che questa recensione non sia affatto inutile. Ed è utile SOPRATTUTTO all’autore di un romanzo, la critica. Solo che in genere gli autori (magari non in questo caso) non si confrontano con il lettore “critico” e quando viene toccata la propria “creatura”, disapprovano a prescindere.
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Tu (ndr riferito al sig. Matteo Platone) sembri partire dal presupposto che 1. gli strumenti interpretativi vengono studiati e imparati nelle accademie 2. La capacità di applicazione di tali strumenti, viene sviluppata nelle accademie e che invece non sia un talento naturale o una predisposizione avere capacità di analisi.
L’accademia ti può dare conoscenza, non talento/predisposizione nelle analisi.
Puoi saper utilizzare “strumenti interpretativi” naturalmente anche non conoscendone il nome.
Da quanto scrivi sembra che solo chi studia semiotica possa permettersi una critica costruttiva ma anche “distruttiva”. Invece non è così, esiste l’esperienza.
Da che mondo è mondo per essere scrittori non si ha bisogno di “titoli”, non esiste un albo degli scrittori. Nè uno scrittore deve essere laureato, nè deve aver fatto un master. Nulla di tutto questo gli è richiesto (a volte non gli viene richiesto neanche il talento…). Uno scrittore racconta storie. Può essere bravo a raccontarle, spingere il lettore a voltare pagina, a desiderare di entrare nella storia oppure no. Può comunque sempre migliorare. E lo può fare anche con l’aiuto del lettore… che non è suo nemico a priori, tutt’altro. Scrivere è certamente un atto di comunicazione.
Visto che per essere scrittori non bisogna essere iscritti ad un albo, non bisogna avere titoli… perchè dovrebbe averne il lettore? Quindi solo la gente (ipoteticamente) colta ha il diritto di criticare? Se è questa la tua teoria, temo non abbia molto riscontro nella pratica.
Il lettore è il destinatario di uno scrittore. E se è lui il primo a non rispettarne la dignità… è solo autoreferenziale (io non mi riferisco ai presenti, è un discorso generale).
Esiste un LETTORE CRITICO, un lettore quindi che gli strumenti di cui parli li ha acquisiti con qualcosa che tu non hai mai citato… LA LETTURA (e il piacere di leggere). E’ fondamentale. Un lettore che critica è in genere un lettore che ha letto molto, ha esperienza… un’esperienza che vale molto di più di un manuale di semiotica (al massimo questo può aiutare, può arricchire la conoscenza del lettore critico).
Se poi si vuole vivisezionare in laboratorio un’opera… chiameremo il semiotico.
Una persona può permettersi di scrivere di non essere riuscito ad andare oltre pagine 36; questo rappresenta comunque un segnale (per quanto lo riguarda).
Noi, che leggiamo questo post, possiamo decidere di leggere il libro e capire perchè il sig. Puglisi non è andato oltre. Non mi pare che Puglisi abbia la capacità di convincere il mondo che il libro sia pessimo e orientare il mercato.
Profilo del sig. Puglisi:
“Ho 24 anni, e sono uno studente di Lettere Moderne a Catania; appassionato, oltre che di letteratura e di editoria, anche di cinema e arte, guardo con interesse, e in prima persona, al mondo della scrittura, in poesia e in prosa, in particolare all’ambito sperimentalistico, italiano e non.”
Non capisco perchè una persona con questo profilo, non dovrebbe avere (anche secondo la tua opinione) gli strumenti per interpretare un libro… e dire, con grande sincerità (e ironia), che non è andato oltre pag. 36.
Peraltro immagino che alla facoltà di lettere moderne di Catania ci sia un qualche insegnamento di semiotica… e magari lo stesso Puglisi, non ne sia totalmente digiuno 😀
Se io sono un medico posso dire ad un altro medico che una tecnica che sta usando, secondo me è sbagliata… e può cagionare la morte del paziente.
Se io non sono medico, posso CRITICARE il medico perchè ha cagionato la morte del paziente, utilizzando una condotta deontologicamente sbagliata.
I livelli sono diversi. Ma esiste sempre il diritto di farlo.
Lettore e scrittore non sono su piani diversi di conoscenza come medico e paziente.
Lui sa raccontare. Non vuol dire che abbia maggiori competenze nè più cose da dire. Lui sa come dirle. Neanche uno scrittore si è ingurgitato manuali di semiotica… non vedo perchè lo dovrebbe fare il lettore 🙂
Le agenzie sono piene di gente che magari avranno fatto un esamino di semiotica all’università, ma non hanno mai utilizzato quegli strumenti per valutare…
Molto spesso funziona di più il sesto senso…
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Per parlare di invidia occorre quanto meno sapere qualcosa delle parti in causa (e non sappiamo niente di questi “anonimi”… che poi non so cosa voglia dire, perchè qui tutti hanno un nick. Io ho scelto Blu). Inoltre non tutti hanno il desiderio di diventare scrittori, forse ognuno di noi ha già un bel mestiere. Quindi, metterei da parte la parola INVIDIA, perchè è termine abusato e presuppone superiorità.
Una delle cose buone di un dibattito è il confronto su temi cari a chi vi partecipa.
E’ chiaro che è auspicabile che si mantenga la calma pur avendo idee diverse.
Io non ho letto il libro della Tomassini, e non lo giudicherò dalle impressioni di Puglisi.
Paradossalmente senza questo suo intervento, non avrei conosciuto la Tomassini e la sua esistenza come autrice.
Se sia o non sia un bel libro, giudicherò quando e se lo leggerò. Ma nei miei interventi ho ribadito un concetto: non è insignificante smettere la lettura.
Può voler dire tante cose: 1. non essere nel momento giusto per affrontarla (può essere) 2. non essere in sintonia con l’autore 3. il romanzo (a nostro parere) non decolla, annoia, non ti fa venire voglia di portarlo avanti. Siamo comunque nel campo delle opinioni (come lo è quasi sempre, nella vita. Non esiste nulla di veramente oggettivo)
Puglisi ha comunque segnalato questo libro. Non lo reputo un essere immondo: al contrario ho letto opinioni “autorevoli” che andavano quasi in questa direzione. Si è detto che era un post inutile, si sono cercate su google informazioni (non facendo caso, peraltro, al fatto che in rete ci sono casi di omonimia…) e si è criticato per primo un “lettore” che ha detto onestamente che non è andato oltre pag. 36.
Mi pare che la prima mancanza di rispetto sia stata fatta verso questo lettore, addirittura cercando di scavare nella sua vita personale (peraltro, sbagliando).
La comunicazione in rete non è così facile e sicuramente capita anche di fraintendersi.
Oggi, come non era possibile ieri… un lettore può confrontarsi con l’autore, attraverso internet.
Questo mezzo dovrebbe essere usato dagli autori stessi, per apprendere, migliorare, crescere (ancora) perchè… un lettore che ti fa una critica può comunque darti buoni spunti.
Anche solo il dubbio che 1 solo lettore ha su alcune parti del libro… può essere utile ad un autore a porsi delle domande. A fare, per certi versi, autocritica.
Invece mi è capitato di notare come… appena c’è un minimo di dissenso (non parlo di insulti ma di opinioni contrarie), alcuni autori (noti per il loro avanguardismo) si trasformano in censori. Cancellano le tue opinioni e ti allontanano con un atteggiamento un po’ fascistoide. Ma forse è l’eccesso di amor proprio.
Nata nel 1974, Alexia si interessa al web nel lontano 1999 grazie ad un corso di formazione regionale. Crea le sue prime pagine html dapprima con programmi wysiwyg (Dreamweaver), poi direttamente con notepad ++. Inizia a creare siti web nel 2001. Pur essendo amante delle interfacce, studia php assecondando la sua grande curiosità. Lavora in campo digitale per molti anni e si butta poi nel favoloso mondo della seo. Artemedialab nasce come laboratorio sperimentale nel 2008 e diventa nel 2020 azienda individuale. Attualmente insegnante di informatica nella scuola primaria, docente nei corsi di formazione professionale per l’assolvimento dell’obbligo scolastico, media educator.
