Immaginate di leggere, tra le righe di una accesa discussione su un sito letterario (ndr www.sulromanzo.it), il riferimento ad un libro che non avreste mai letto. E non lo avreste mai letto non per spocchia o disinteresse verso gli autori emergenti. Non lo avreste mai letto perché vi trovate in un periodo della vita in cui occorre selezionare le perle preziose. Nel periodo “Non ho tempo”. Nel periodo “C’è troppa bellezza nel mondo per conoscerla tutta”. Gli autori emergenti, pur destando la mia curiosità, sono diventati un di più nella mia biblioteca.
Qualcosa da leggere quando non ho voglia di leggere altro. Oppure qualcosa da leggere, quando mi viene appositamente segnalato. Ed è qui che entra in gioco il web 2.0. La forma ipertestuale delle discussioni, alimenta spesso curiosità e desiderio di approfondimento.
Nel corso di questa discussione si parlava di una giovane autrice siciliana, Viola Di Grado, che pur avendo ottenuto diversi riconoscimenti (e un premio autorevole, il Premio Campiello per la miglior opera prima), conserva ancora una certa freschezza e modestia. Ho fatto qualche ricerca su google per conoscere meglio l’autrice e ho acquistato l'”opera prima”, anche perchè (da appassionata di scrittura oltre che di lettura) “voglio vedere come scrive una ventitreenne che vince il Campiello”.
Il titolo è creativo: “Settanta acrilico trenta lana”. Il libro di un esperto di tessuti? In parte, ma non solo.
E’ la storia di un buco. La storia di un buco temporale. La storia di un tempo che rimane fisso a lungo, a causa di un lutto non accettabile. O accettato solo perchè il rancore verso chi no c’è più si manifesta sul corpo, sulla carne, nella trasandatezza della vita quotidiana. Sei tu che mi hai fatto questo. Te ne sei andato, morto in un fosso. Ti hanno trovato insieme alla tua amante, forse abbracciato a lei. Un buco. Sì, quello, che forse poco prima ti facevi, di lei. Mentre mamma ti aspettava a casa, e pensava di essere l’unica donna bella per te.
E’ lei, Camelia. Un nome di un fiore per una giovane donna che fiore proprio non è.
Dopo la morte del marito, Livia, sua madre, ex flautista di bell’aspetto, non parla più e fotografa buchi e crepe in giro per la casa. Non vi esce mai. Non si lava, non si prende cura di sua figlia Camelia nè di se stessa. Accumula bruttezza e sporcizia; è Camelia a prendersi cura di lei. L’unica.
Il loro linguaggio è fatto di sguardi e piccoli gesti. Anche Camelia disimpara a parlare, cadendo nello stesso sconforto della madre. Ma nonostante questo, ad un certo punto torna a vivere.
Se pur ossessionata dal buco, che è anche il “fosso” in cui suo padre è caduto con l’amante (morendo in un incidente d’auto), riesce a risalire non senza passare da una fase distruttiva.
Così Camelia taglia i vestiti e li ricuce malamente come a voler indossare bruttezza. Una bruttezza che però lei ostenta fuori casa, al contrario di sua madre.
Rovista nel cassonetto alla ricerca di abiti dismessi e scopre che quegli abiti vengono da un negozio cinese, che ha sede in zona. Conosce Wen, figlio del proprietario, che vuole insegnarle la lingua cinese (una lingua che lei aveva abbandonato da qualche anno).
Quegli ideogrammi e il nuovo interesse, le permettono di uscire di casa, di ricominciare a vivere.
E poi c’è Wen, di cui è innamorata. Un amore poetico, il loro. Fatto di passeggiate e piccole cose. Di segni e di segnali.
Se il libro si fermasse qui, sarebbe una storia d’amore come le altre. Invece le cose vanno diversamente.
Wen sembra non contraccambiare il suo interesse e Camelia inizia a frequentare suo fratello, un ragazzotto decisamente stolto e ingenuo con cui si intrattiene carnalmente. Ma lei ama Wen, e il suo amore è frustrato.
L’unico amore non frustrato, sembra essere quello con sua madre, anche se lei non parla, non dà cenni di vita e vive in un mondo tutto suo.
Esistono solo loro due. Per un po’.
Direi di fermarci qui con la trama, e questo perché non voglio togliervi il gusto della lettura (qualora decidiate di leggere questo libro).
Devo farvi una precisazione.
Non è facile l’approccio a questo romanzo. Per lo meno nella fase iniziale. A tratti la lingua è molto “creativa”, vengono utilizzati termini in contesti inusuali e si fa abbondante uso di ripetizioni. Il suono sembra avere una certa rilevanza.
Nel corso della lettura mi sono resa conto che la mia voce ha iniziato a “correre”, nella seconda parte del libro. All’incedere lento, statico della prima parte si sostituisce una modalità espressiva diversa, più immediata, carnale.
Non vi nego che non amo particolarmente l’abuso di figure retoriche, soprattutto di metafore. Trovo che il lettore debba comunque fare uno sforzo in più per capire. Perché deve decodificare. Tradurre le parole in senso.
E’ chiaramente un artificio. Tuttavia, in questo caso, l’eccesso poetico non ferma la lettura, non la fa inciampare e poi “suona bene”.
Camelia è un personaggio contraddittorio. Ha un grande desiderio di essere amata… e davanti alla mancanza di amore del mondo intorno, reagisce con violenza. Una violenza su di sé, sul proprio corpo e una violenza verso gli altri, fino all’epilogo finale. Un epilogo che raccoglie in sé tutta la tensione del libro. Ed è qualcosa che un po’ ti aspetti, dopo tanto “trattenere”.
Una esplosione finale, in cui l’ordine in qualche modo si ristabilisce.
E non nella direzione di un lieto fine. Ma proprio quella stasi con cui è iniziato.
In un certo senso è un libro circolare.
Madre e figlia si fanno un giro nel mondo, per poi tornare ad essere quello che erano, con la riproposizione della stasi iniziale.
Ma è anche romanzo carnale, e anche un po’ “liquido” (i fluidi del corpo sembrano dominare).
Si sente odore di ferite aperte e non rimarginate. E il lettore analizza queste ferite, perchè Camelia, in fondo, lo fa entrare dentro di sè.
La psicologia fragile di una ragazza che ha perso suo padre e sua madre, perchè ormai tramortita e trasandata, viene sviscerata attraverso gesti e silenzi. Non parole. E quelle non parole nel tempo si traformano in ideogrammi.
Ognuno rappresenta qualcosa che le è caro.
Nonostante il romanzo sia narrato in terza persona, sembra sia la stessa Camelia a raccontare. E questo perchè il lettore è interamente coinvolto nella sua tensione emotiva, nel suo senso di abbandono e solitudine.
Non amo molto gli intermezzi sessuali, quelli un po’ ostentati. E non per bigottismo personale. Semplicemente penso che a volte siano inutili, certi dettagli.
Infine, un altro appunto sullo stile: mi pare che le nuove leve della narrativa contemporanea commettano spesso lo stesso errore. C’è una certa autoreferenzialità nelle loro parole. Scorrendo le pagine, senti quasi l’autrice che dice: “Ora ti faccio vedere come sono brava a stupirti, come sono brava a scrivere”.
Sicuramente poi c’è chi sa affabulare il lettore, e chi no. Chi delude.
In alcuni tratti questo linguaggio arriva ad annoiare, in altri sembra poco verosimile.
Il consiglio che mi sento di dare agli scrittori giovani è quello di non tentare di imitare nè di stupire.
Ma di raccontare una bella storia, in modo semplice, come se avessero dall’altra parte un amico a cui vogliono fare una confidenza.
Viola Di Grado
Settanta acrilico trenta lana
Edizioni e/o
Prezzo: 16 €
Potete acquistare il libro su amazon.it:
Settanta acrilico trenta lana (Dal mondo)
L’autrice
Nata a Catania, vive a Leeds, ventitré anni.
Nata nel 1974, Alexia si interessa al web nel lontano 1999 grazie ad un corso di formazione regionale. Crea le sue prime pagine html dapprima con programmi wysiwyg (Dreamweaver), poi direttamente con notepad ++. Inizia a creare siti web nel 2001. Pur essendo amante delle interfacce, studia php assecondando la sua grande curiosità. Lavora in campo digitale per molti anni e si butta poi nel favoloso mondo della seo. Artemedialab nasce come laboratorio sperimentale nel 2008 e diventa nel 2020 azienda individuale. Attualmente insegnante di informatica nella scuola primaria, docente nei corsi di formazione professionale per l’assolvimento dell’obbligo scolastico, media educator.
