Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (Kim Ki Duk)

Un film dalla delicatezza disarmante, anche nelle sequenze dolorose e violente.
Il gioco incosciente del piccolo nella “primavera” genera la morte di esseri viventi inermi e il contrappasso è portarne il peso; è come se il vecchio dicesse “Come ti sentiresti se fossi tu a dover portare il peso che per gioco hai fatto subire ad altri?”.
Il pesce muore, il serpente muore e il piccolo piange, oramai reso responsabile delle sue azioni. Gioia per la vita della rana.
Il bimbo capisce il valore dell’esistenza di qualunque essere vivente.
E poi l’amore. Nonostante la solitudine preesistente, arriva anche per lui e condiziona inevitabilmente la vita di una persona pura. Infligge dolore e sofferenza, e fa commettere atti estremi. Ma alla fine, dopo l’espiazione della colpa, tutto ritorna, dopo aver fatto il giro di una vita.
Le stagioni rappresentano le varie fasi dell’esistenza, ricca di gioie, contraddizioni, passioni, e pene da espiare: in primavera il bambino capisce, grazie al vecchio, il valore della vita; da adolescente, in estate, conosce l’amore e le gioie del sesso. Dopo un omicidio del quale si rende colpevole, inizia la sua espiazione (in autunno). Oramai vecchio, in inverno, accoglie il figlio di una donna sconosciuta.
È il ciclo della vita.
Questo film è un piccolo gioiello di poesia ed estetica orientale. Essenziale, nei dialoghi, ma pieno di significati simbolici. Una fiaba.
Un po’ lento, certo… come deve essere lenta la vita, sotto una lente di ingrandimento.
È un film da vedere, straordinario nella sua semplicità.
Una fotografia suggestiva, dialoghi ridotti al minimo perché non necessari.

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