Archivio per la categoria ‘Volontariato’

L’Aquila. Il mio ricordo

aprile 6th, 2010, postati in Personale, Volontariato

6 Aprile 2009.

Mi sono svegliata alle 8, dopo una notte un po’ irrequieta. Di buon’ora, per i miei ritmi.
Ho acceso la tv, per ascoltare le notizie del mattino.
Dicevano che nella notte, alle 3.32, a l’Aquila c’era stato un devastante terremoto, che aveva fatto disgregare case e ucciso persone. 20, dicevano. Erano ancora 20.
Il cuore ha iniziato ad agitarsi, dentro.
Avevo, ho, un caro amico a L’Aquila. E il pensiero che gli fosse successo qualcosa mi uccideva.
Gli ho mandato subito un sms, per sapere come stesse.
Mi ha risposto come se non conoscesse l’entità del dramma, era saltata la luce ma la sua casa non aveva subito danni.
Gli ho detto che al telegiornale si parlava di morti, e di case distrutte. E che sembrava essere un disastro.
Lui mi ha risposto che sarebbe andato a vedere.
E non so cosa abbia provato, quando ha visto, ma per quanto amava L’Aquila, lo posso immaginare.
Ricordo che ho pianto molto, sui nomi delle vittime: bambini, giovani…
Vite spezzate.
Ho guardato le loro foto, ho letto alcuni racconti.
Per qualcuno c’era del macabro in tutto questo.
Ma quando sei distante, e ti dicono che 308 persone sono morte sotto le macerie.
Vorresti conoscerne i volti. Perchè quel numero, 308, è qualcosa di impersonale, neutro.
Qualche mese più tardi ho conosciuto Tania, partecipando a una sua iniziativa di raccolta di materiale per bambini.
Una giornata di sole, in compagnia di belle persone che hanno condividiso fin dall’inizio questa empatia verso gli aquilani.
Durante la giornata ho messo in contatto Tania con il mio amico, e ricordo il suo sguardo, e la sua voce mentre parlava.
Ci siamo subito dette che forse saremmo potute scendere anche noi.
E io avrei colto l’occasione di vedere Eli, che si sarebbe unita a noi perchè aveva raccolto dei fondi tramite il suo asilo nido.
E ci siamo riuniti tutti, a Luglio.
E ancora la terra tremava.

 

Esperienza nel campo terremotati di Fossa (AQ)

luglio 14th, 2009, postati in Volontariato

Festeggio il mio ritorno su questo blog, con un contributo importante.
La mia esperienza in un campo terremotati in provincia di L’Aquila.

Il mio resoconto è scritto sotto forma di lettera, indirizzata all’amico che ci ha ospitati.

Caro A.,
Ti scrivo perché non potrei scrivere a nessun’altro in questo momento e perché il mio racconto non può prescindere dalla tua presenza.
Il nostro, quello mio e della mia compagna di viaggio, è stato un modo per condividere il tuo dolore. Quello per una città, la tua, distrutta, martoriata e ancora vilipesa.
Volevamo “vedere con i nostri occhi”, sentire, provare, emozionarci insieme. Ma anche ascoltare le voci e il silenzio, guardare i volti… e farne esperienza. Volevamo tornare a casa, con tante idee da mettere al servizio di una terra meravigliosa come quella in cui sei nato e che ami tanto.
Vorrei che gli altri guardando le foto, leggendomi, possano desiderare di mettersi in viaggio per regalare un po’ della loro presenza, del loro mondo ancora intatto, della loro vitalità, del loro entusiasmo… della loro speranza a chi non ne ha più.
E’ stato strano, questo viaggio. Persone sconosciute si sono incontrate. Ognuno aveva un filo da percorrere, e tu sei stato un po’ il centro della nostra ragnatela.
Ho conosciuto Tania nel corso di una raccolta di materiale per i bambini dell’Abruzzo, e Elisabetta, su internet, circa un anno fa. Lei è la nostra “Fatina”.
Dopo la raccolta (ricordi?), ti ho passato Tania al telefono. Lei non se l’aspettava ed era emozionata. Sentiva il peso delle tue parole e anche, forse, un po’ di responsabilità.
Dopo quella telefonata entrambe abbiamo pensato che fosse giusto partire. Un po’ lo dovevamo a noi stesse, per come ci eravamo, in modo naturale, coinvolte nel dramma del popolo abruzzese.
La nostra mascotte non poteva essere che un bambino: il piccolo Gabriele, il figlio di Tania.
Penso che per lui, quanto per noi, sia stata una esperienza forte e intensa.
Le conoscenze a un certo punto si sono incrociate. Ci hai dato il contatto dell’Assessore alla Cultura di Fossa, una ragazza della nostra età con tanta voglia di fare, energia e anche molti pensieri.
Tutti questi sentimenti condivisi si sono uniti a Fossa.
Prima di partire abbiamo inviato le nostre carte di identità a Berta (l’Assessore), per avere i pass di entrata al campo.
Sapevamo che per aiutare come volontari non residenti, non era necessario iscriversi alla Protezione Civile. Per sicurezza però Tania ha dato i nostri nominativi a una associazione di sommozzatori.
Non sapevamo dove avremmo dormito, così era meglio premunirci.
Chi dorme al campo quindi deve necessariamente iscriversi a una associazione legata alla Protezione Civile. Il campo di Fossa è gestito dalla Protezione Civile di Roma Ciampino.
Sono partita in treno il giorno prima per raggiungere Elisabetta a Bologna. Insieme poi avremmo preso la strada per L’Aquila, con la sua auto.
Sveglia alle 6.20, ma con il desiderio di partire… e di arrivare.
Ci sono volute solo 5 ore per raggiungere l’Abruzzo. Intensa la sensazione di percorrere i tanti km della galleria del Gran Sasso. Quasi a metà, c’è il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso diretto da Antonino Zichichi.
Ti sembra di non vedere mai la luce. A ogni curva speri di intravederne il bagliore.
Siamo arrivate verso le 12 e abbiamo subito conosciuto Berta, che ci ha parlato dei problemi che le stavano più a cuore e non potevamo che accogliere le sue parole, condividere il suo spirito.
Le tende blu si mischiano con il verde delle montagne dell’aquilano. Alle volte sono pochi puntini lontani; altre, macchie importanti. Non c’è casa che non abbia una tenda come rifugio per la notte.
Ma la casa la devi avere vicino a te.
All’una ci siamo finalmente incontrati, dopo due anni. E’ stato molto emozionante, soprattutto in quella occasione.
Ci hai detto che avremmo dormito tutti a casa tua. Tania e Gabriele erano già tuoi ospiti da qualche giorno (nonostante tu non li conoscessi) e noi avremmo occupato il resto delle altre stanze. L’invasione nordica a L’Aquila.

Il primo giorno volevi che stessimo insieme a te, che non andassimo subito al campo. E poi “Vi riposate un po’”, hai detto.

Il giorno dopo, finalmente, la nostra prima esperienza in mensa.
Prima di entrare al campo occorre prendere il pass giornaliero. Appena arrivate, ci presentano subito Emanuele, un ragazzo robusto con gli occhi azzurri e un sorriso bellissimo.
E’ subito molto gentile con noi. Quando entriamo e usciamo, ci dice sempre “ciao” e se usciamo 20 volte… ce lo ripete 20 volte, ridendo.
Anche lui è di Roma. Così anche Marco, che lavora nella sala operativa del campo, un container della Fo.P.I.Vo.L. (Forza di Pronto Impiego Volontariato Lazio). Ti senti subito tra amici, le distanze si accorciano nel giro di pochi minuti.
Marco, oltre a consegnare i pass, ogni tanto controlla il sito dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e fa le sue personalissime “previsioni” e ci scherza su.
Tania ci fa conoscere Elena, una signora del campo che spesso si attiva nel campo per evitare che ci siano problemi di gestione e organizzazione, e magari anche qualche abuso.
Il campo rispecchia un po’ il paese, nel bene e nel male. Ci sono le elìtes, ci sono gli aristocratici…
E’ un paese in miniatura.
Fossa aveva circa 700 abitanti, ma solo la metà sono nelle tende, gli altri sono sulla costa.
Elena ci offre il suo fantastico caffè freddo e ci mette a nostro agio.
La sua sembra una vera casa, ha anche il frigorifero nella piccola verandina adiacente.
Ogni tenda sembra rispecchiare la famiglia che ci vive. Ognuno cerca di caratterizzarla, per differenziarsi. “Questa è casa mia” sembrano dire.
I volontari cambiano ogni settimana, ma sono più o meno gli stessi da mesi. Sono loro che vogliono tornare e si rendono disponibili.
In mensa facciamo subito la conoscenza di alcuni volontari che lavorano in cucina: Rita, Ivo, Teresa. Valerio, un cuoco un po’ folle.
Gente che si alza alle 5 e mezza di mattina per iniziare a cucinare. Molti di loro si alternano al campo fin dal 7 aprile, il giorno dopo il terremoto. Teresa era in una delle prime squadre arrivate in Abruzzo per montare le tende.
L’ultimo giorno al campo, partiva anche lei. Una donna forte, robusta con le lacrime agli occhi, perché voleva rimanere lì. Era un gesto d’amore per lei, cucinare per tutta quella gente.
Le ho messo una mano sulla spalla e sorridendo le ho detto “Tieni Teresa, dai non piangere…socializziamo” e le ho versato un bicchiere di vino.
La prima cosa che devi fare quando entri in cucina è metterti la cuffia. Poi grembiule e guanti di plastica. E c’è da prepararsi al caldo, ai fumi, ai vapori. Al sudore che ti gronda dalla fronte e devi stare attento a non bagnare i cibi…
Quindi di tanto in tanto ti asciughi.
Elisabetta ed io abbiamo subito preso la mano con il coltellaccio per il pane. Un ritmo quasi invidiabile, nel giro di poco abbiamo tagliato tutto il pane che ci era stato dato.
La mia mano ne ha risentito, ne porto ancora i segni.
La distribuzione era qualcosa di decisamente più divertente. La sala mensa era più areata.
Dovevamo allestire i banchi con i primi, i secondi, i contorni, frutta, dolce e vino.
Sistemare i piatti di carta, affinché potessero essere facilmente utilizzabili.
Dopo la preparazione, la gente iniziava ad accalcarsi davanti al primo bancone.
E verso le 12.30 iniziava la distribuzione.
Io ero l’addetta al pane e alla frutta. Per un po’ sono stata addetta anche ai contorni, che delizia.
Facevamo mensa per circa 250-300 persone a seconda dei casi. Quando tutta la popolazione del campo era stata servita, arrivavano i volontari della protezione civile (richiamati dall’altoparlante). E infine era il nostro turno.
Si sono alternati due cuochi in cucina. Fino a novembre il cuoco sarà fisso, mentre prima cambiava ogni settimana.. E’ un caro ragazzone alto e simpatico, che per gentilezza, un giorno, mi ha cucinato gli gnocchi in bianco, perché io non mangio il ragù. Olio, burro, peperoncino, mozzarella. Ne ricordo ancora il sapore.
Dopo aver visto gli altri servirsi e mangiare, avevo molta fame.
Terminato il pranzo, eravamo tutti liberi di rilassarci un po’. Infatti a pulire la cucina e la sala mensa ci pensavano le signore del campo, alle quali è stato chiesto di collaborare.
Una signora anziana ogni tanto dava una mano ai tavoli, si occupava dell’acqua.
Mi sorrideva sempre e io ricambiavo. Tutto l’amore che dai passa dai gesti…
Quando siamo andate via, siamo passate da lei. E quasi piangeva.

Per le attività di lavaggio/pulizia nel campo mi hanno detto che inizialmente si voleva chiamare una cooperativa esterna. E’ di per sé assurdo che in un campo di 300 persone, non si possano organizzare turni di pulizia. Io penso che sia giusto far collaborare la popolazione, farla partecipare alla comunità.
E’ un modo per… iniziare a ricostruire la quotidianità.

Nel pomeriggio ho fatto amicizia con alcuni bambini, dai 4 ai 6-7 anni.
Ho chiesto a una bimba un po’ timida se le piaceva disegnare e lei mi ha risposto “No”, perentoria.
E poi le ho chiesto a cosa giocavano nel campo, cosa le piaceva fare… e lei ha risposto “Abbiamo finito di fare tutti i giochi”. Non rimane che stare davanti alla tv, un grande schermo messo nella sala mensa.
I maschietti forse sono più fortunati, basta un pallone e passano così le loro giornate.
Alessandro è un ragazzino molto sveglio. Ha 14 anni, con qualche problema anche precedente al terremoto. Ma è stato l’unico con cui sono riuscita a parlare di quello che è successo, e l’unico che mi ha dato spiegazioni anche razionali.
Conosceva le problematiche del territorio, la questione delle faglie. Mi ha detto che vogliono spostare il suo paese in un altro luogo, perché la montagna (Fossa si trova a ridosso di un monte) è pericolosa.
Ha detto che è stato per qualche tempo da sua zia a Roma ma che… andare a Roma per quel motivo era diverso che andarci per farci la vacanza. E lui voleva ritornare, gli mancava il paese, la gente.
Preferisce vivere nella tenda che abbandonare Fossa.
Durante un pomeriggio un po’ piovoso (come tutti gli altri, a dire il vero) siamo andati a vedere il campo Murata Gigotti di Coppito, gestito dalla CIGL in concomitanza con associazioni, Pro Loco, Unione degli Universitari.
E’ un campo molto ben organizzato con una ludoteca ben fornita, sala computer, campetti di calcio. Ogni giorno cercano di svolgere diversi laboratori e attività.
A Serena, la coordinatrice, abbiamo chiesto cosa fare per il campo di Fossa e se ci poteva dare qualche dritta per risollevare l’umore della popolazione, organizzando attività anche di intrattenimento.
La gente al campo è stanca. A parte dar loro da mangiare e dormire, occorrerebbe un supporto di altro tipo. Favorire la socializzazione e le attività comunitarie.
Le persone stanno spesso rinchiuse nelle loro tende, ed escono solo per pranzo o cena o per andare alla messa della domenica (in una chiesa che è poi una tenda bianca).
Il tempo non è sicuramente dalla parte dei terremotati in questo periodo: piove quasi ogni pomeriggio, l’acqua viene dirottata in alcuni canaletti creati appositamente per evitare l’allagamento. Anche le attività più “banali”, come farsi una doccia o lavarsi diventano, a queste condizioni, motivo di disagio giornaliero.

In 6 giorni ho sentito diverse scosse, soprattutto di notte.
Sono partita da casa consapevole di quel che avrei trovato, e di quello che mi aspettava.
Mi sentivo al sicuro.
Poi penso che anche gli abitanti di Onna, di Villa S. Angelo, di Fossa, e di L’Aquila si sentissero al sicuro nelle loro case il 6 aprile 2009. E queste sono crollate, seppellendo vite e pezzi di quotidianità.
Aver condiviso, se pur per breve tempo, un po’ di quel timore… mi fa sentire molto vicina agli abruzzesi.
Quel che ho sempre provato, e son convinta che non sia stata suggestione, è la sensazione della terra che vibra sotto i piedi (a prescindere dalle scosse).
La terra a volte si muove lentamente sotto i piedi, senti un disorientamento, la testa ti gira ma non sempre ti turba. Un giorno, verso le 13, è arrivata una scossa di 3° grado.
Io stavo preparando la distribuzione in mensa, ero in attività e non me ne sono accorta.
Un’altra volta ero nella sala operativa della protezione civile, e il container ha iniziato a oscillare… sempre lentamente. Sembrava di essere su una zattera in mezzo al mare.
Ci hai “traghettati” verso L’Aquila, una sera. Il fatto che fosse già buio, non so se sia stato un bene. Per quanto si vedessero meno le rovine, il buio ha creato una atmosfera surreale.
Nessuno di noi, in macchina, riusciva a parlare. Mentre Elisabetta guidava, io mi sono girata a guardare una costruzione crollata poco distante da noi. Su un mucchietto di rovine, fatte di calce, ferro e oggetti di vita quotidiana c’era un piccolo fiore giallo. Silenzio, tanto silenzio.
Il nostro, e quello delle case che una volta avevano ospitato persone, con le loro vite “normali”, di tutti i giorni.

Sono tornata a Torino, con la sensazione di averlo portato un po’ con me, il terremoto.
Perché quando sei a casa, tra i tuoi oggetti, il tuo passato, le cose alle quali sei legato… pensi, ora, alla possibilità di perderli.
La vedi quasi, la tua casa muoversi e spostarsi.

La ricostruzione è certo cosa ardua, ma lo è ancor più in una provincia in cui già prima forse c’erano problemi di gestione della cosa pubblica, clientelismo, mafia.
Diversamente non si capirebbe come mai L’Aquila, in passato zona rossa (quindi altamente sismica) sia stata declassata, per permettere di costruire ovunque senza il rispetto di criteri antisismici rigorosi.
L’unico modo per non morirci è capire il proprio territorio, adattarvisi.
La natura fa il suo corso, è l’uomo che costruisce in luoghi in cui non dovrebbe.
Su una tv locale ho sentito che Pettino è un paese costruito sulla faglia… un luogo su cui dovrebbe essere proibito costruire.
La colpa non è della natura. E’ dell’uomo che tenta di dominarla in ogni modo, anche non rispettando alcune regole di buon senso. La terra trema, si sposta, si modifica, viene erosa dal tempo, come è naturale che sia. Da combattere non è il terremoto (che si deve accettare come caratteristica del proprio territorio) ma la superficialità, l’ignoranza, l’incompetenza, la leggerezza e gli interessi economici di parte.

E ora si aspetta la ricostruzione. Molti saranno troppo anziani per vedere le loro case di nuovo in piedi. Molti avranno un risarcimento parziale. Molti non avranno proprio risarcimento…

Il mio cuore è ancora lì. Con te. Con tutti voi.

E la guerra non finisce mai (dicembre ’95)

luglio 14th, 2009, postati in Volontariato

Avevo forse 21 anni quando ho scritto il testo che leggerete sotto. Lo rileggo, con commozione, ripensando a quell’incredibile avventura.
E la condivido qui, sulla rete, con chi vorrà far propria quell’esperienza. E’ uno scritto forse un po’ stucchevole, ma ero io… tanti anni fa.

Prima combatti contro i nemici del tuo popolo, della tua terra in difesa di uno Stato, che non è più Stato e non è più niente… perché la guerra crea il nulla intorno ed il terreno che calpesti non è ciò che ti permette di avere ma ciò che può farti morire perché insidiato da mille pericoli.

Poi combatti una ulteriore battaglia: la fame, la disperazione, la voglia di fuggire via… ma non puoi farlo. E’ la tua terra, il luogo in cui vorresti far crescere i tuoi figli, affinché possano ricostruire ciò che è stato così selvaggiamente distrutto.

Piangi, perché il desiderio di fuggire è vivo dentro di te; pensi che altrove i tuoi potrebbero evitarsi ulteriori sofferenze.
“Come faccio ad abbandonare qui il mio cuore, la mia anima, la mia storia… vorrei essere un seme per crescere su questa terra (la mia terra) in un futuro di pace; far sviluppare qui le mie radici anche se intorno è deserto”.

“… Mostrami il paese dove caddero le bombe.
Mostrami le rovine degli edifici che si erigevano alti
ed io ti mostrerò, ragazzo mio,
mille ragioni per cui è solo un caso se
lì non ci siamo noi.”
(Phil Ochs)

E’ la loro terra… ma anche la nostra,
la guerra non ha confini.
Questo lo puoi capire quando osservi lo sguardo
di un bambino che l’ha vissuta;
ti avvicini e cerchi di penetrare nel suo mondo,
di ascoltare la voce della sua anima.
Comprendi subito che quel bambino
poteva essere il tuo.
Anche la sofferenza non ha confini.
Non importa se mi trovo
a miglia di distanza da quella terra;
quel bambino è il mio bambino.

(Gen 96)

Appunti di viaggio (Ex-Jugoslavia ’95)

luglio 14th, 2009, postati in Volontariato

Questi miei appunti, risalgono al dicembre 2005. E riguardano un viaggio molto importante per me, per la mia formazione.
Li riproduco qui, per non perderli e per condividerli con voi. Anche se non sono ben scritti, e un po’ me ne vergogno.
Ma sono parte del mio “Archivio umano”.

Nel dicembre del ‘95, dopo un anno e mezzo di “militanza” nel Collettivo Azione Pace, ho sentito l’esigenza di visitare i luoghi nei quali il gruppo opera ormai da tempo. Non era il timore che mi accadesse qualcosa a bloccarmi: ho affrontato questa esperienza con l’incoscienza di chi non conosce il reale pericolo. Ciò che non mi permetteva di prendere una decisione al riguardo era il pensare alle obiezioni dei miei genitori, alle loro paure, al pensiero di voler fare qualcosa contro la loro volontà. Desideravo prendere tempo per spiegare loro quanto ritenessi importante andare oltre le immagini viste alla televisione, le informazioni non sempre veritiere fornite dai mass media. Volevo che i miei occhi potessero vedere senza filtri di ogni tipo. Forse ingenuamente speravo che la guerra nei Balcani fosse una delle tante trovate giornalistiche e che le immagini frammentarie mostrate nel corso dei telegiornali fossero mera finzione.

Naturalmente così non è stato e mi sono ritrovata a constatare la realtà. Se penso alla malinconia, alla sofferenza quasi fisica provata nel vedere un intero paese desolato, le case scoperchiate ed annerite dalle fiamme, lungo la strada che portava a Korenica! Sopra di noi la neve scendeva, quasi a purificare quel paesaggio così lugubre, silenzioso, quasi spettrale. Persone come noi, cullate tra le braccia delle nostre grandi città, incapaci talvolta di valutare e capire la sofferenza altrui, non possono non chiedersi anche solo come sia possibile accettare di vivere nella casa del “nemico”, quel nemico che ha ucciso i tuoi bambini e ha stuprato le tue donne; o come si faccia a viaggiare per ore ed ore dopo aver visto la propria casa bruciare tra le fiamme, con l’obiettivo di varcare il confine durante un gelido inverno che non finisce. Convivere non è semplice, soprattutto nella miseria; quando tutti vivono di stenti la diversità di etnia semina indifferenza (che talvolta è uguale alla morte), anche a scapito di quei “nemici” che forse con la guerra non volevano averci niente a che fare.

Quella gente però ha mille risorse (ancora); non è facile sperare in un futuro di pace che non sia fittizia ma solo la speranza può destare gli animi di adulti e bambini che devono ricostruire le loro case e le loro vite insieme.

Ho trovato umanità a Korenica; l’ho trovata nei cuori di persone semplici che mi hanno donato i loro sorrisi nonostante dovessi essere io a sentirmi in debito con loro. Pochi riuscirebbero a conservare quella dignità in una situazione così precaria e devastante. Ho visitato a lungo la piccola scuola, mi ci sono rifugiata per pensare e riflettere, nascosta da occhi indiscreti e curiosi. Dietro una grande vetrata, guardavo verso l’esterno un militare di guardia che camminava avanti e indietro per il piccolo sentiero. Pensavo a quel giovane soldato e a tutti coloro che in questa guerra hanno perso anni di vita serena perché qualcuno a voluto sostituirli con mesi e mesi di paure, violenze, dolore, rassegnazione. Ragazzi mandati a combattere… in onore di che cosa?

(Dic 95)

La maestra più bella, per Faridah.

novembre 8th, 2008, postati in Volontariato

Da qualche tempo sto facendo doposcuola a un gruppo di bambini in un quartiere molto conosciuto di Torino perchè ad alta concentrazione “extracomunitaria” (Porta Palazzo). E’ qualcosa che mi arricchisce tantissimo.
E penso a quanto sia bella la sensazione di voler trasmettere sapere.
Io lo faccio anche perchè mi piacerebbe contribuire alla loro “integrazione” che è poi quello che consentirà a tutti di vivere meglio, con una maggiore considerazione del valore dell’altro e della diversità.
Sono per lo più bimbi di origine araba o africana, a cui si aggiungono solitamente due italiani. Tutti in situazioni disagiate, tutti in una medesima situazione di emarginazione (chi per un motivo chi per l’altro).

Ho iniziato a dire loro quel che i miei dicevano a me: “Studia, che ti servirà domani” e mi sono fatta tenerezza…
Penso che la cultura sia per loro l’unico modo per affrancarsi.
Vedendoli tutti insieme, sembrano veramente tutti uguali… e mi piace pensare che lo siano, per quel che riguarda i loro diritti.
Ma che continuino a conservare le loro peculiarità individuali ed etniche. Che le conservino come un valore.
Ogni tanto parlano in arabo ed è quando non vogliono farsi capire.
Un giorno una bambina africana (una di quelle bimbe che sembrano adulte e che se si muovono smuovono il mondo intorno… anche con la forza), guardando sul libro di storia una statuetta raffigurante una donna a seno nudo, mi fa “Eh guarda ce le ha come te”. E io “Be’ un giorno anche tu le avrai”.
E lei “Ma io ora no. A te invece il tuo ragazzo arriva e ti strappa la maglietta”.
Io ci sono rimasta male, ma ho sviato; dopo mi sono sentita in colpa, pensando che avrei dovuto fare la mia lezioncina “moraleggiante”. Non me la sono sentita in quel momento: forse volevo aspettare di conoscerla meglio.
E’ come se in quel momento, quella ragazzina, mi avesse fatto entrare un po’ nella sua vita, nel suo ambiente, nel modo che hanno alcuni uomini, forse, della sua famiglia di trattare le donne.
Non è sempre facile accettare tutto questo, ma conto sempre sulla mia lucidità, nel mio desiderio di trasmettere e sperare che forse un giorno quella bambina potrà avere anche una idea diversa di amore fisico.
Forse leggendole qualcosa, sperando che abbia voglia di ascoltarmi.
Alla fine, siamo riuscite a fare amicizia.
Le ho estorto un “Mi piaci perchè sei veloce a spiegarmi le cose”.
Bene, un punto per me. Domani cercherò di farle fare i compiti più velocemente, visto che aspetta gli ultimi 10 minuti e dobbiamo fare le corse.
Mi hanno raccontato che una volta ha sollevato dalla sedia una volontaria.
Chi si ricorda le decine le centinaia le migliaia? Io ho dovuto leggere il quaderno per capire a cosa si riferissero.
Certi meccanismi li interiorizziamo così tanto che poi non riusciamo a ricordarli.

Basta fare un doposcuola per rendersi conto di quanto sia difficile gestire bambini di diverse nazionalità.
Oggi sono stata accanto a un bambino che aveva problemi a scrivere, per questione di “suono” delle parole.
In realtà sono problemi che hanno anche i bambini italiani (ca ce ci co cu), suoni dolci e suoni aspri.
Ma loro di più, avendo una lingua che fa ampio uso di suoni aspri.

Quando eravamo piccoli noi, certo non c’erano le stesse esigenze.
Ora invece è necessario coniugare più esperienze.
Tenere una classe di 20- 25 bambini, nella quale una certa percentuale è di bimbi stranieri penso sia veramente dura.

Da Faridah, la bimba di cui parlavo, oggi ho ricevuto un regalo.
Con qualche errore, ma mi sono commossa. E’ veramente un maschiaccio, ma sa essere dolce.
Dopo che me l’ha consegnato si è nascosta sotto i tavoli per la vergogna.